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TRA I RAMI DI UN ULIVO
di Tiziana Fusillo

Non ci siamo mai conosciuti. Di te ho solo qualche foto. In una sei nell'orto, con la zappa sulla spalla e un secchio d'acqua appena tirato fuori dal pozzo. Sorridi, e penso a quanto ti somiglia tuo figlio, mio padre, che quasi ogni giorno sembra mettere in scena quella foto ripetendo i tuoi gesti, cocciuto e mai stanco.

Poi c'è un'altra foto che amo molto, in cui sei tra i rami di un ulivo di modesta grandezza su una scala lunghissima puntata verso il cielo. Forse non ci siamo mai incontrati perché un giorno hai deciso di salirla tutta quella scala e di sparire in un ulivo.

L'ulivo è ancora qui e il vento scuote la sua maestosità secolare. Quest'anno l'olio è davvero buono. Siamo sempre gli ultimi a raccogliere le olive o a vendemmiare, perché tuo figlio rispetta i tempi del passato, quando c'eri tu e forse un clima meno folle e capriccioso. Raccogliere le olive mentre ti si gelano le mani non è il massimo, cominci a pensare di essere una poveretta, ma dopo qualche mese ti nutri di pane e oro.
Sarai contento di sapere che tuo figlio a ottantadue anni continua a salire sugli alberi, principalmente per due motivi: perché “è bello, si è più vicini al cielo”, e per potarli come gli hai insegnato tu, quando te lo portavi appresso poco più che ragazzetto per dargli un mestiere.
Dopo che hai deciso di salire la scala verso il cielo, quel ragazzetto, ormai uomo, è andato in Germania. Lo so, tu eri contrario, ma qui non c'era lavoro... Ma devi sapere che per otto anni ha pensato alla campagna, agli alberi, da curare e da piantare, e al piccolo trullo che avevi costruito tu, da ingrandire. Di questo parlava nelle lettere che scriveva a quella ragazza che ha deciso di sposare.
Ora i nostri ulivi hanno tutti una bella chioma tonda e il piccolo trullo che hai costruito è diventato prima una casa delle vacanze, e ora la mia casa, la casa dove vivo e ti scrivo. Perché è a questa casa che pensavo, nonno, durante i cinque anni trascorsi a Milano. La casa in campagna, il luogo dove sono stata più felice, quando con un po' di terra e acqua, o della paglia e qualche petalo di papavero, servivo degli spaghetti al pomodoro e un caffè ai clienti del mio ristorante immaginario. O quando seguivo la scia della bava delle lumache e scavando riuscivo sorprendentemente a trovarne le uova...
Inutile poi dirti quanto sia più buona la frutta mangiata direttamente dall'albero, lo saprai meglio di me. E le fave in pignata cotte sul fuoco del camino? Mi sono fatta spiegare bene come si fa, le giuste dosi di fave e di acqua. Utilizzo le fave che ho spizzicato in un giorno di pioggia, rigorosamente con la rungedda della nonna, il coltellino che portava sempre nel grembiule. E almeno una volta al mese preparo i suoi biscotti, seguendo attentamente la ricetta. Uso la cucchiara in legno che hai fatto tu, l'unica con cui è possibile mescolare tre chili di impasto.
Sì, è vero, a volte mi mancano le mostre e il teatro di Milano, qui gli eventi culturali scarseggiano. E soprattutto, non c'è lavoro. Sono passati quattro anni da quando sono tornata e ogni tanto incontro ancora qualcuno che mi dice: “Che sei tornata a fare? Qui non c'è niente”. Dev'essere una domanda di moda sin dagli anni Settanta, dicevano la stessa cosa a tuo figlio quando è tornato dalla Germania.
A quanto pare chi torna o chi resta è un cretino, tutti gli altri emigrano.
È una terra strana, ogni volta che sono salita sull'autobus o sul treno per allontanarmene, mi è sembrato di tradirla. Di tradirmi. Forse anche di tradirti, anche se non ci siamo mai conosciuti.
Con il tempo cerchi di convincerti che la nebbia è sopportabile e ti abitui ad un cielo scolorito, senza nuvole. Hai un lavoro, cosa vuoi di più. Poi ritorni per le vacanze, e ricordi tutto. E sai che hai mentito, che a te piacciono le nuvole bianche e i tramonti rossi, i pomodori che hai piantato mesi prima e non quelli dell'Esselunga, e anche l'acqua del pozzo nei giorni d'estate, tirata su e bevuta nel secchio di metallo, quando vai a fare un giro tra i filari della vigna e cerchi l'ombra che ti nasconda dal sole.
Allora un bel giorno impacchetti tutto, e finalmente riesci ad unire i libri del sud - i libri della tua adolescenza - con i libri letti e comprati al nord, tutti finalmente sotto lo stesso tetto. E lo sai che questo forse è poco, ma ti sembra un buon inizio per la felicità.
Non sai cosa farai, ma sai che non vuoi più andartene e che se un giorno dovrai abbandonare tutto questo, sarà salendo su una scala puntata verso il cielo, tra i rami di un ulivo.