LED - Laboratiori Energie Democratiche

LA LUCE DI CASA
di Carlo Lasorsa

È la luce la cosa che più mi manca.
È un fenomeno straniante e lo percepisco sul fondo della mia retina ogni qual volta supero le porte scorrevoli dell'aeroporto di Caselle. Prendo un volo per Torino ed ecco che abbandono questo mio strano, vecchio, rude mondo e mi precipito in una dimensione nuova e parallela, le cui leggi della fisica mi sono totalmente sconosciute ed in cui l'ottica pare essersi sviluppata secondo capricci tutti suoi.
In questo nuovo mondo, la luce illumina ogni cosa al contrario.
Fuori è buio e dentro è assolutamente abbagliante.
Non ricordo l'ultima volta in cui per le strade di Torino ho visto un azzurro puro come quello di casa, pennellato in lunghi passaggi uniformi fra i tetti dei palazzi. Qui il cielo è sempre sporco, ingabbiato fra il grigio dei casermoni sopra i porticati, abbandonato da un sole che pare sempre dietro l'angolo e che pure mi sfugge ad ogni svolta. Anche nelle giornate più limpide c'è sempre una bruciatura sulla tela, un leggero occhiolinato fatto di umidità e condensa. Qualche nuvola, lo smog di una marmitta, del vapore che sale dalle grate sui marciapiedi. Così poco, ma abbastanza da farmi abbassare il capo sconsolato.
Ed ogni volta che mi lascio l'aria aperta alle spalle, quella luce che disperatamente cerco nel poco tempo che gli posso dedicare, fra casa e Porta Nuova e Porta Nuova e il Politecnico, la trovo tutta assieme nelle aule studio dell'università, nei seminterrati dei laboratori, sopra i vassoi della mensa.
È come se a Torino la luce fosse un nemico pubblico. La strappano dalle strade, la ammanettano nei tubi al neon e la sequestrano nei casermoni dove tengono anche tutti noi. Qui, muore piano. Mai gialla, mai bianca, sempre grigia o verdognola. Non illumina tutto perfettamente, tremola e rimbalza; come una coperta troppo corta, non avvolge mai completamente ogni cosa e ciononostante macchia tutto rendendoti dolorosamente conscio del suo barbaglio sui libri, sui cappotti, sulle chiome, sui banchi, sui piatti, sulle penne al sugo e le cotolette di cartone. Lascia poche ombre, tutte sfocate, e davvero, questa è una di quelle cose a cui non fai caso finché un giorno non ti si piazzano in mezzo alle orecchie e decidono di non lasciarti più: quassù, ogni santissimo giorno, mi mancano le ombre.
Ricordo la piazzetta giù al paese. Noi venivamo tutti da giù al quartierino e salivamo per arrivarci. Io ero uno di quelli a cui mamma aveva insegnato meglio dieci minuti prima che all'ora esatta, per cui vedevo arrivare tutti. Li riconoscevo uno ad uno prima che svoltassero l'ultima siepe. Ho sempre pensato che ciò fosse dovuto alla mia capacità di distinguerne il vociare o lo scalpiccio, ma più ci rifletto, più mi convinco che il vero discriminante fosse la forma delle loro silhouette sul selciato.
Qui che le ombre sono cartapesta, infatti, mi prendono tutti di sorpresa, quasi che assieme al nero con cui macchiamo le nostre circostanze, la luce torinese si porti via anche un po' della nostra realtà. Sotto questo sole, siamo tutti un po' fantasmi.
Sto con Giulia da otto mesi ormai; ci vediamo ogni giorno, i week-end, quando possiamo dedicarci più tempo, passiamo le notti assieme e verrebbe da pensare che a questo punto debba conoscere a menadito ogni rantolo del suo respiro, ogni vizio della sua forma, ogni vibrazione del suo corpo, eppure per quanto mi sforzi, la vedo solo quando mi è infine davanti. Arriva vivida prima di ogni avvisaglia, quasi sbucasse tutta intera dal cortiletto del polifunzionale. L'altro giorno non l'ho salutata nemmeno, scosso com'ero, le ho giusto guardato i piedi: sul grigio del pavimento solo la forma dura delle sue Hogan e alcune macchie sbiadite che si allungavano in tutte le direzioni e che qui chiamerebbero ombre ma che con le tinte forti del nero contro il bianco di giù al paese non hanno nulla a che fare.
Eppure, ogni giorno che passa, mi ci abituo un po' di più.
Torino mi piace, ci sto bene, qui ho la mia routine, i miei amici, Giulia, un terreno molle su cui è facile costruire e se cadi non ti fai troppo male.
Valerio è un collega ed un amico che ho conosciuto a lezione due anni fa, appena mi sono trasferito. È una delle persone più solari e positive e coraggiose e intraprendenti che conosca e ha la retinite pigmentosa. Cammina con un bastone e vive come un leone. Mi ha insegnato che la luce non è tutto, per cui me la faccio passare: se alzare gli occhi al cielo mi fa un po' male, mi concentro su tutta la strada che ho sotto i piedi.